ANALISI TERRENI, SUBSTRATI E FOGLIARI

Le analisi del terreno rappresentano uno strumento indispensabile per poter definire un corretto piano di concimazione: le analisi del terreno permettono infatti di pianificare al meglio le lavorazioni, l’irrigazione, di individuare gli elementi nutritivi eventualmente carenti, o rilevarli se presenti in dosi elevate, così da poter diminuire la dose di concimazione: in generale queste analisi permettono quindi l’individuazione di carenze, squilibri od eccessi di elementi.

Grazie all’analisi del terreno è quindi possibile dedurre la giusta quantità di fertilizzante da distribuire (in quanto eccessi di elementi nutritivi, in particolare abbondanza di nitrati e fosfati, possono portare a fenomeni di inquinamento delle falde acquifere a causa di fenomeni di dilavamento, e più in generale al cosiddetto fenomeno di eutrofizzazione ed in ultimo, ma non da meno, uno spreco inutile in termini monetari per l’agricoltore).

È possibile dire che siano quindi uno strumento polivalente, in quanto consentono da un lato all’agricoltore di fare trattamenti più mirati da alzare al massimo i margini di guadagno, mentre dall’altra parte consentono di evitare sprechi dannosi in primis per l’ambiente stesso.

Per eseguire un’analisi del terreno deve essere raccolto un campione rappresentativo della superficie oggetto dell’analisi, nella zona dove maggiormente insistono gli apparati radicali. Secondo il criterio della casualità, all’interno di un appezzamento omogeneo per caratteristiche pedologiche e agronomiche, evitando le zone di bordo, comunque non più esteso di un paio di ettari vengono raccolti diversi saggi del suolo, fatti utilizzando una trivella o un badile, eseguiti fino ad una profondità in genere di circa trenta di centimetri; va eliminato lo strato superficiale del saggio stesso. Alla fine tutti i saggi vengono riuniti e mescolati accuratamente, estraendo dal tutto il campione vero e proprio di circa un chilogrammo.

È buona norma, inoltre, evitare di mescolare il campione di terreno tramite attrezzature sporche, che potrebbero così contaminare e compromettere le analisi. L’ideale sarebbe proprio quello di miscelare il campione semplicemente a mani nude.

La qualità di un substrato di coltivazione si misura nella sua abilità a consentire la crescita di piante sane e di elevato valore commerciale; la stretta relazione substrato/pianta fa sì che non si possa parlare genericamente di substrati di buona qualità, ma sia necessario circostanziare meglio il concetto definendo una qualità per l’uso (per specie coltivata, ma anche per sistema irriguo adottato, tipo di contenitore, lunghezza del ciclo colturale, ecc …).

E’ così spiegato come uno stesso substrato possa dimostrarsi ottimale per un utilizzo e di contro incidere negativamente quando impiegato in una situazione diversa.

Alcune tra le proprietà dei substrati che ne influenzano il comportamento durante l’impiego possono essere direttamente misurate con l’ausilio di metodiche di analisi chimica e fisica e la loro conoscenza è indispensabile per una corretta gestione delle coltivazioni in contenitore. A questo proposito è interessante osservare che anche la normativa italiana si è adeguata alla necessità della conoscenza tecnica dei prodotti, consentendo la commercializzazione dei substrati di coltivazione solo se dotati di un’etichetta obbligatoria, facilmente localizzabile sulla confezione, contenente importanti informazioni sui prodotti, quali i componenti principali, il grado di reazione (pH), il valore medio della conducibilità elettrica specifica, della densità apparente secca, della porosità totale, il volume commerciale.

Si dovrà eseguire un’analisi preventiva del lotto di substrato nel caso di acquisti di grandi quantità del prodotto. In seguito le analisi servono per capire se il substrato ed il suo arricchimento sia in grado di nutrire le colture ai quali sono dedicate.

Anche le foglie, come il terreno, se interrogate nel modo corretto sono in grado di fornire indicazioni molto utili sulla salute delle piante. In particolare, rivelano l’effettivo stato di nutrimento della coltura, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo: il dato qualitativo si riferisce al rapporto ottimale tra le differenti sostanze nutritive, mentre quello quantitativo riguarda la percentuale di nutrienti che la pianta è riuscita effettivamente ad assorbire.

Le analisi fogliari che vengono effettuate sono quindi di tipo chimico e multi residuale; è importante che i campioni che vengono consegnati al laboratorio d’analisi rispecchino il più possibile lo stato nutrizionale della pianta: bisogna prestare molta attenzione durante la fase di prelievo, in modo da non sfalsare i risultati.

Le foglie dovranno essere mature, ma poco oltre il periodo giovanile e senza danni causati nè da agenti biotici nè abiotici; è inoltre buona pratica effettuare il prelevamento alla stessa altezza ma da differenti lati della pianta.

Esiste inoltre un periodo ideale per fare le analisi fogliari e dipende principalmente dalle specie alla quale appartiene la pianta: per i fruttiferi, ad esempio, il periodo ideale è durante la seconda settimana di fioritura; per la vite invece il periodo ideale va invece da fine fioritura fino all’inizio dell’autunno.

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