ANALISI CHIMICHE E MICROBIOLOGICHE ALIMENTI VARI

Esistono variegate tipologie di analisi chimiche e microbiologiche alimentari, di seguito a scopo non esaustivo, si elencano due esempi di analisi su prodotti alimentari con metodi di riferimento. 

 

OLIO

Di norma sulle analisi dell’olio sono riportati tre parametri: l’acidità totale oleica, i perossidi e i polifenoli totali. Questi tre indici danno una idea della composizione chimica dell’olio e sono la base per definire un olio extravergine, ma richiedono poi l’assaggio da parte di un panel per indagare anche la parte organolettica.

 

  • Acidità libera totale

L’acidità viene espressa in grammi di acido oleico su 100 grammi di olio. Affinché un olio d’oliva possa essere definito extravergine è necessario (ma non sufficiente) che questo valore sia inferiore a 0,8%. Anche se un buon olio non dovrebbe eccedere il valore di 0,1-0,3%.

Una acidità libera elevata è indice di un’alterazione dal punto di vista lipolitico. L’acidità si forma infatti quando l’olio contenuto nelle cellule viene a contatto con gli enzimi della lipasi, liberando acidi grassi dai trigliceridi. Questo valore si innalza quando ci sono lesioni a livello cellulare, causate ad esempio dalle larve di mosca, oppure da una sovramaturazione o abbacchiatura troppo violenta.

L’acidità si innalza anche se le olive sono conservate per troppo tempo prima della molitura, magari in contenitori non idonei in cui le drupe più in basso vengono schiacciate dalla massa sovrastante. Anche il processo di molitura può causare un aumento dell’acidità libera, quando ad esempio si esegue l’estrazione a pressione in presenza di fiscoli non puliti.

 

  • Perossidi

È questo un dato, espresso in milliequivalenti/chilogrammo, che dà un’indicazione circa l’ossidazione dei grassi. Un valore auspicabile è al di sotto di 10-12, mentre la normativa pone l’asticella a 20 (al di sopra della quale l’olio è lampante). I perossidi di per sé non hanno né sapore né odore, ma originano aldeidi e chetoni che invece sono responsabili del sentore di rancido, tipico odore che indica che un olio è avariato.

I perossidi si formano per l’azione dell’ossigeno presente nell’aria. Per questo è importante che le fasi di molitura e di conservazione riducano al minimo il contatto olio-aria. Il processo di formazione dei perossidi è dovuto anche ad alcuni enzimi (lipossidasi), presenti naturalmente nella drupa e concentrati nel seme.

 

  • Polifenoli totali

polifenoli sono una componente importantissima dell’olio d’oliva, responsabile del gusto amaro e piccante, nonché sostanze antiossidanti molto importanti per l’organismo umano. I polifenoli sono anche responsabili di una buona conservazione del prodotto nel tempo, in quanto lo proteggono dall’azione ossidativa dell’aria.
La quantità di polifenoli presente nell’olio d’oliva può variare grandemente. Ad esempio durante l’edizione 2020 della Rassegna degli Oli Monovarietali i campioni analizzati oscillavano da 180 a 1.300 milligrammi/chilogrammo. 

La concentrazione di polifenoli è influenzata da un gran numero di fattori, come ad esempio la cultivar. Varietà come la Coratina riescono ad esprimere valori molto elevati, mentre varietà quali la Taggiasca oppure la Tonda Iblea hanno valori naturalmente più bassi.
Ad influenzare la presenza di polifenoli sono anche le pratiche agronomiche, il clima, nonché le tecniche di molitura che possono abbassarne fortemente il numero. Ad esempio sistemi di frangitura che intaccano la mandorla della drupa liberano enzimi che riducono la quantità di polifenoli. Mentre processi di gramolatura all’aria causano un contatto prolungato tra la pasta d’oliva e l’ossigeno che abbatte il tenore di queste molecole antiossidanti. Anche l’uso di grandi quantità di acqua durante l’estrazione e l’impiego di filtri, come quelli in cellulosa, ha un effetto negativo.

LATTE

Volendo definire il latte sotto l’aspetto chimico, si può identificare una composizione di acqua e grassi con vitamine, glicidi, protidi, sali minerali, enzimi e sostanze azotate (caseina, lattosio, proteine del siero).

Le proporzioni in cui questi elementi sono contenuti variano per via dell’incidenza di molteplici circostanze: specie dell’animale, razza, età, tecniche di alimentazione adottate e modalità di allevamento.

I risultati delle analisi microbiologiche del latte crudo, relativamente a tipologia e concentrazione batteriologica, sono un importante parametro.

Consentono, infatti, di valutarne la qualità e l’idoneità ad essere immesso in un processo produttivo.

Il livello di batteri presenti va infatti a definire l’uso che si potrà fare del bianco nutrimento:

Può influenzare la reazione del latte al trattamento termico subito in fase di trasformazione all’interno dell’industria casearia

Fornisce indicazioni sul periodo di conservazione e sulla data di scadenza

Serve a determinare il prezzo al quale il latte deve essere pagato dal consumatore finale e dall’azienda casearia all’allevatore

È sinonimo di garanzia di igiene e qualità a beneficio del consumatore finale.

Il latte presenta caratteristiche chimiche e chimico-fisiche che favoriscono la crescita di microrganismi di varia natura.

Alcuni possono essere utili, mentre altri nocivi.

I microrganismi presenti nel latte possono essere raggruppati in tre categorie di appartenenza: Alterativi, Patogeni e Utili (pro tecnologici).

La contaminazione microbica del latte può verificarsi in qualsiasi fase del processo di produzione, dalla mungitura alla commercializzazione.

La contaminazione è imputabile a vari fattori:

L’ambiente della stalla: il contenuto microbico dipende dalle condizioni ambientali e dal rispetto delle norme igienico-sanitarie previste;

Igiene e pulizia dell’animale e adeguate condizioni di mungitura: superficie della mammella, cute dell’animale, le mani del mungitore e le attrezzature usate per la mungitura.

Le feci inoltre possono trasferire nel latte anche microrganismi patogeni;

Modalità con cui sono state eseguite le operazioni di raccolta;

Lo stato di salute dell’animale.

Le più comuni analisi latte di tipo chimico – fisico consigliate sulla matrice latte sono le seguenti:

  • Misurazione del peso specifico del latte e del siero (dipende dalle sostanze in soluzione e sospensione quali acqua, grassi e residui)
  • Determinazione del tenore in materia grassa/secca /secca magra (consente di dare indicazioni sullo stato di scrematura)
  • Valutazione del tenore di proteine totali e di caseina Valutazione del tenore in lattosio
  • Determinazione del valore del ph (evidenzia lo stato di freschezza del latte. Questo valore è importante per stabilire la fabbricazione di burro, yogurt o formaggio)
  • Determinazione dell’acidità titolabile o totale (il latte possiede una propria acidità naturale che tende ad aumentare subito dopo le fasi di mungitura per via della fermentazione del lattosio e dell’acido lattico)
  • Determinazione dell’indice crioscopico (punto di congelamento) e del peso specifico (indice di annacquamento) del latte.

Queste misurazioni dipendono dalle sostanze che vi si trovano in soluzione quali, acqua, grassi, residui.

Tale indice tende a variare in base alle stagioni.

Più basso nei mesi freddi, più alto in quelli invernali.

Tale indice è importante per stabilire se il latte è stato annacquato e in quale misura.

  • Misurazione dei coliformi totali

Il latte e i prodotti lattiero-caseari suoi derivati devono essere sottoposti a campionamento e ad analisi microbiologiche, chimiche, fisiche e sensoriali, secondo quanto disposto dal Regolamento CE 853/2004 che stabilisce norme specifiche in maniera di igiene per gli alimenti di origine animale.

VINO

L’analisi chimica è uno dei migliori mezzi di cui dispone l’enologia per raggiungere una conoscenza sempre più precisa del vino e delle sue reazioni: essa ha lo scopo di stabilire la genuinità del prodotto, l’assenza di malattie e alterazioni, l’effettivo possesso delle caratteristiche organolettiche previste, nonché dei valori del grado alcolico e dell’estratto stabiliti per legge e l’assenza di manipolazioni o aggiunte illecite; essa consente inoltre di risolvere i problemi pratici che si presentano per la sua preparazione e conservazione. Un’analisi veramente completa del vino è una operazione delicata e complessa che richiede molto tempo: sarebbe buona norma effettuare sempre il maggior numero possibile di determinazioni analitiche e valutare quindi l’insieme dei risultati ottenuti. E’ consuetudine, tuttavia, limitarsi ad analizzare solo certi parametri, quali l’alcol, lo zucchero, l’acidità totale e volatile, il pH, la presenza di anidride solforosa: bisogna sottolineare, quindi, che le sole analisi appena elencate non possono fornire una conoscenza reale della composizione dei vini, ma solo alcune informazioni orientative di base.

 

Il vino, soluzione alcolica, dopo essere stato ottenuto dalla fermentazione del mosto è destinato alle lavorazioni per il mantenimento e quindi alla vendita. Le principali analisi del vino sono:

  • determinazione del grado alcolico;
  • determinazione dei zuccheri residui (riduttori);
  • determinazione dell’anidride solforosa (grado di protezione);
  • determinazione dell’acidità (acidità totale e pH);
  • determinazione dell’acidità volatile (acido acetico).

Oltre alle analisi citate, le più comuni, può essere necessario, in determinati casi, ricercare:

  • la quantità dell’estratto secco;
  • il contenuto in ceneri e la loro alcalinità;
  • la quantità di anidride carbonica;
  • determinazione di tannini e antociani;
  • determinazione del metanolo;
  • la stabilità proteica, nei vini destinati all’imbottigliamento;
  • il contenuto in metalli;
  • ricerca dei solfati del limite di gessatura.
error: Il contenuto è protetto!!